E invece mai più indietro

Ieri sera accennavo in un'intervista al fatto che un disco è come un figlio. Lo fai ma non è tuo, ha vita propria. C'è una tua impronta imprescindibile- si dice -, ma grazie alla forza vitale in ogni cosa opera o persona risiede raggomitolato un filo da dipanarsi, una strada da dispiegarsi nel succedersi di un tempo eternamente presente.
Così Whales know the route traccia la sua via, e nonostante ogni tanto il mercato richieda di affondare le mani nella smania di controllo di un flusso inarrestabile, lasciare andare e far s/correre sono la chiave per ogni possibile navigazione di successo. Distinguere i venti riempire le mani di buona attitudine al comando di sé e al perdono di sé e alla piena visione di sé. Se io mi vedo, mi vedono. Se io sento e dico, sentiamo. Un passaggio come un altro, forse una seconda nascita come lo è stato per me questo ultimo anno e mezzo di rivoluzione rivolta passi indietro.
Non c'è gioia più vicina a una buona droga che la libertà del Canto, sulla quale si tracciano sogni di costruzioni familiari e cosmiche. Intreccio costante di necessità e perché no, disguidi benedetti fino ad arrivare all'amore sperato che c'era da sempre.
Vorrei abbandonare la separazione fra il prima durante e dopo il Canto, così alienante e così vera. Le balene mi portano ogni giorno un pezzetto più lontano, sul loro dorso e nei loro occhi risuonano le onde di magmi elettromagnetici di accadimenti invenzioni solo scoperte e non inventate, rassegnazioni sublimi. Un pezzetto dopo il quattro, un cinque che rilancia la possibilità di riempirsi di nuovo di una natura vertiginosa. Ogni giorno nelle profondità dell'Oceano si riaffacciano i volti incompiuti e le promesse inutilizzate se non per afferrarsi all'ultimo lembo di non sentire.
E invece mai più indietro

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